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Archivio
di Aatomor
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Sono
nello studio. Sto aspettando. Ore 9.15. Suona il
telefono. E' Pierluigi, dice che sara' qui tra
quindici minuti.
Sto aspettando da una settimana, in realta'. Due ore
d'aria ogni 14 giorni. Troppo poco per me, che
passerei la mia vita all'aperto. 15 ore al giorno. E
forse anche di notte, in un sacco a pelo. Ho bisogno
di ampi spazi. Ne ha bisogno la mia anima.
Arriva puntuale. Ci
conosciamo da quindici giorni. E' gia' nato un bel
rapporto. Un po' strano, per la verita'. Due
sconosciuti che parlano tra di loro come se si
conoscessero da molto tempo. L'ultima volta,
andandosene, ha accarezzato il mio braccio senza
voltarsi. Un bel gesto, affettuoso e amichevole. Lui
ha 24 anni. Ama le cose semplici, come me. Ha nei
modi calore, modestia, gentilezza. E uno sguardo un
po' triste. Non lo ho ancora visto sorridere.
Partiamo su una Panda
dell'ASL, direzione sud. Molte auto in citta'. Si
incrociano come serpenti che mordono il tempo, in
cerca di chissa' che. E io che amo i cavalli, nobili
creature. Penso a questo rapporto che si e' perso, un
uomo e il suo cavallo, il senso della distanza, del
viaggio, del pericolo, della fatica.
Ha smesso da poco di
piovere. Mi piacciono queste giornate grigie. Antichi
ricordi di montagna, moto, castelli, vento e squarci
di sole. Lui guida con disinvoltura, si vede che lo
fa senza pensare, in modo quasi automatico. Mi chiede
dove andare. Bella domanda. In due ore, dove andare?
Dice che non ha fantasia. Nemmeno io. La fantasia
nasce dai sogni, quei sogni che il mondo sta facendo
a pezzi.
"Pioggia, acqua. Andiamo sul lago" dico io.
E arriviamo. Infila
una strada laterale sterrata. Spegne il motore.
"Vuoi scendere?"
In realta' vorrei. Ho notato delle panchine sulla
riva. Ma anche il viale alberato e allagato, e io non
ho proprio nessuna voglia di coinvolgerlo in
un'avventura, stile sbarco in Normandia. Magari un
giorno. Quando lo vedro' piu' fuori di testa, come
me. E' inevitabile che lo diventi, in mia compagnia.
E' come un virus.
Ma non oggi, e'
troppo presto. Chissa' perche' sono cosi' protettivo
con le persone. Dovrei pensare a me, e invece penso a
lui. Alle sue scarpe infangate e al suo sguardo
triste in mezzo alle asperita'. Restiamo in macchina,
va bene cosi'. Tra alberi spogli che protendono i
loro rami verso il cielo, in un intreccio di grigio,
nebbia e nero. Apro la porta, non fa freddo. Ho un
giubbotto slacciato. L'aria entra in me, assieme alla
quiete. Non ricordo di avere respirato, ne' di avere
udito il suo respiro.
Gli chiedo perche' e'
qui, con me. Lui, e non un altro. Non mi fornisce una
risposta convincente. Ne' io credo possa esistere, al
momento. Sono risposte misteriose, che a volte
arrivano a distanza di anni, e a volte mai. Ma sento
che sta bene, che e' tranquillo. Che non ha paura di
me. Dice che fa palestra, gli chiedo
"perche'."
"Non lo so. Cosi', per passare il tempo. Ma
forse adesso ha un senso."
Ripartiamo, a caccia di un luogo piu' isolato.
Giriamo su e giu'.
Imbocchiamo una strada laterale, poi dietrofront. Ha
capito dove voglio andare, cosa sto cercando.
Lontananza e pace. Non c'e' nemmeno bisogno che
glielo dica. Attraversiamo tutta la citta', verso
est. Poi finalmente fuori, fermi a un passaggio a
livello. Un uomo da un'auto di fronte scende e
pulisce i fari. Passa il treno, vagoni merci. E io
penso "in ogni film c'e' un telefono e un
treno."
Eccoci sul lago.
"Aspetta, vado qui avanti" dice, accostando
la Panda alla riva. Poi spegne il motore. "Ci
hai proprio preso, ecco quello che cercavo" gli
dico con entusiasmo. Mi basta uno sguardo.
Apro la porta. Questa volta fa freddo. Il rigore
contro di me. Lui e' piu' protetto, dall'altra parte.
In un certo senso, lo sto riparando.
Le onde si infrangono
contro un pontile. Le onde non tornano mai indietro.
Il sciabordio
dell'acqua misteriosa. L'erba tesa sotto di noi. La
vastita' dello sguardo, che si apre verso un cielo di
un colore assurdo, grigio e rosa. Delle anatre
nuotano, poi salgono a riva.
"Immagina"
gli dico.
"Immagina che non ci sia niente, dall'altra
parte del lago. Solo acqua e cielo. Immagina di
togliere tutto."
"Cosa, quelle case?" chiede lui.
"Tutto."
"Tutta la citta'?" ride lui.
"Si'."
Restiamo tutto il
tempo. Parliamo tra di noi, tra pause di silenzio, ma
e' un dialogo ormai troppo privato per essere scritto
qui. Parliamo di lui, di me, del suo presente e del
suo futuro. Del nostro strano incontro. Mentre ogni
cosa attorno ci osserva e ci ascolta, senza
rispondere.
E' tardi. Guardo
l'orologio, chiedendomi il senso di questa rapidita',
pensando a questa inevitabile fine e a questo nostro
ripetuto addio. Lui non dice niente, cosi' devo
essere io:
"E' meglio che torniamo."
A casa, fatico a trascinare i miei pensieri
all'interno. Sono rimasti fuori, la' sulle onde.
Andrea Martinelli e
Pierluigi Tinti, 6 marzo 2001.
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