L'Anno del Tempo Medio

Vivo nel castello di Eriter, nella grande valle di Onimma-Coneter. Il mio nome e' Rend-Aatomor. Sono un eternauta. L'alchimista Darw mi ha tratto dalla tomba, e dato questo nome. E' stato lui a dirmi che la mia anima proviene dal futuro, dall'anno duemilatrecento.
Una notte dell'anno mille, in una cripta nei pressi di Surazal, vidi le mie ossa ricomporsi e un vortice di polvere ricoprirle, formando un'apparenza di muscoli e pelle. Quando tutto il corpo fu formato, sentii la mia coscienza precipitare con dolore, risucchiata dentro quel corpo.
"Perche' mi hai svegliato?" chiesi a Darw.
"Non sono stato io a svegliare te. Tu hai risvegliato te stesso."
"Sono state le tue polveri a fare questo!"
Darw introdusse la mano nella sacca di cuoio che portava legata con un cordone alla vita. Getto' un pugno di quell'argilla luminescente su un altro corpo, che stava adagiato di fianco al mio nella cripta. La polvere lampeggio' nell'aria, posandosi come un nugolo di lucciole sopra quei resti. Non accadde nulla. Il corpo rimase immobile e nell'antro torno' la semioscurita'.
Darw si levo' il mantello e me lo offri', ed io mi avvolsi in quello, poiche' ero nudo e avevo freddo. La vita entro' in me assieme a quel freddo, in una cripta illuminata da una candela e dal volto di Darw. Io tremavo e piangevo.
"Il tuo nome e' Rend-Aatomor, Andrea il morto" disse Darw. "Io sono Darw, l'alchimista di guardia. Possiedo la chiave e i sigilli per aiutare voi eternauti, sto qui ad aspettare e a vigilare fino a quando viene il tempo."
"Ma dove abitero'? E di che cosa vivro'?" chiesi a Darw.
"E' tuo il castello di Eriter, nella valle dell'Eterno Cammino. Vivrai di cio' che la tua anima ti suggerira' di cibarti. Io non ho potere riguardo questo. Ma verro' al castello, se e quando lo vorrai. Allora parleremo della tua vita."
"Dove trovero' altri vestiti, almeno per questa notte?"
"Un viandante, sulla strada da qui al castello, e' morto poche ore fa, ucciso e derubato poco prima che facesse buio. Puoi prendere quelli."
Darw prese la candela e le sue cose, incamminandosi verso l'uscita.
"Aspetta! Non vorrai lasciarmi qui solo al buio. Che ne e' del castello?"
Darw spezzo' la candela, lasciando un moncone acceso sulla roccia.
"Il castello e' abbandonato da molti anni, domina da un'altura il paese di Surazal. Si dice che il signore che lo abitava sia morto e vi ritorni, di tanto in tanto, risvegliato da un alchimista di nome Darw. I popolani credono a questa sciocca storia, per questo nessuno si avvicina mai."
"Ma come faro' a chiamarti? Non so nemmeno dove abiti. Quale e' il mio scopo qui? E chi mi aiutera'?"
"Fai troppe domande, eternauta Aatomor. Quando verra' il momento, saprai come e dove trovarmi" disse Darw, allontanandosi nell'oscurita'.


Mi alzai e uscii dalla cripta. La luce della luna colpi' il mio viso, ed io levai una mano per riparare gli occhi da quell'intenso chiarore. La cripta era ricavata da un ingresso di ferro e pietra, e un materiale trasparente che non riconobbi; si prolungava all'interno della roccia, in una caverna scavata da mani umane. Dall'altra parte vidi la valle. Un gruppo di case di pietra si alzava nei pressi di una radura circondata da dirupi. Immaginai che quello fosse il paese che Darw chiamava Surazal. Un altro paese, piu' grande, stava oltre, molto lontano al centro della valle, dove campi interrompevano la distesa dei boschi. Non vidi traccia ne' dell'altura ne' del castello. Un unico sentiero conduceva verso il basso, attraverso la macchia illuminata dalla luna piena.
Guardai la grotta da cui ero nato. Una porta cesellata di intarsi chiudeva la tomba. Sfiorai con le dita quei simboli di ferro battuto, dal significato a me sconosciuto; poi mi misi in cammino.
Appena le mie gambe incontrarono le asperita' del pendio mi sentii molto debole; caddi e mi rialzai. Il sentiero conduceva nel fitto del bosco; dall'intreccio dei rami filtravano raggi di luce lattea che macchiavano la polvere e l'erba. Col cammino recuperai vigore e il mio passo si fece piu' sicuro; ma piu' procedevo piu' gli occhi sembravano perdere sensibilita', o il sentiero si fece piu' scuro, finche' la luce della luna non fu piu' sufficiente a indicarmi la direzione. Quando sentii un ramo graffiare il viso mi fermai.
Era notte fonda. Il sentiero era scomparso, o divenuto invisibile per l'oscurita'. La luce della luna mi aveva ingannato, avevo creduto di potere seguire con facilita' quel sentiero e raggiungere il paese intravisto non molto lontano; all'uscita della cripta la valle mi era parsa invasa di luce, tanto da farmi scordare della candela lasciata all'interno, posata sulla roccia.
Avvolto nel mantello di Darw, senza alcun riferimento visibile, e nessun luogo conosciuto e nessuna presenza di essere umano, ebbi paura. Non esisteva nessun ricordo in me. Toccai con le mani i rami pungenti che mi circondavano, nel buio assoluto.
"E' freddo" pensai. Un bagliore illumino' una pergamena apparsa tra le mie mani, come se una fiammella bruciasse all'interno. Svolsi quel papiro spuntato dal nulla, forse caduto da qualche piega del mantello: "Oscuzen-Sceabol, il Bosco Senza Luce" stava scritto sopra, con fioco inchiostro luminescente. Riconobbi quella luce: era la stessa delle polveri di Darw; mi chiesi se Darw conoscesse il futuro. Presto anche quel tenue bagliore si spense, e di nuovo circondato dall'oscurita' sentii la pergamena sbriciolarsi come polvere tra le dita.
Proseguii cercando si seguire il sentiero, sulla polvere, ascoltando il fruscio dei miei passi. Non udivo altro rumore. Di tanto in tanto sentivo la pianta dei piedi toccare dell'erba, mentre col braccio alzato in avanti mi facevo largo tra tronchi, rami ed arbusti.
"Chi sei?" disse all'improvviso una voce cupa.
"Io sono Rend. Rend Aatomor, nato da poco."
La voce proveniva da poco distante, proprio di fronte. Ebbi un sobbalzo quando udii quella voce, che poco aveva di umano, e che non era stata preceduta da nessun rumore.
"Cosa fai qui?"
"Mi sono perduto. Chi sei tu? Puoi aiutarmi?"
Udii un respiro profondo, e nessuna risposta. Avrei voluto indietreggiare, ma mi sentivo come paralizzato.
"Bene, Nato-da-poco" disse la voce, "sarebbe stato meglio per te non essere mai nato. Perche' hai svegliato Oomoupul, cio' che nessuno vorrebbe mai incontrare."
"Chi sei tu?" dissi. "Sei il diavolo? Io non voglio farti alcun male. Voglio solo vederti."
Udii quella che poteva essere una risata, e sentii il mio sangue gelare. Capii di avere commesso un errore, poiche' ora quell'essere sapeva che io non ero in grado di vederlo.
"Non temere" disse. "So cosa pensi. Non sono un diavolo. E tu sei un uomo fortunato. Perche' se potessi vedermi, allora capiresti in cosa consiste il terrore."
"Dunque puoi aiutarmi" dissi cercando di avvicinarmi. "Io non temo le creature deformi, ne' gli eremiti. Anzi ho simpatia per loro."
"Ti aiutero', ma non nel modo in cui credi" disse la voce, spaventosa.
Sentii un peso enorme balzarmi addosso e per un istante vidi i suoi occhi - rossi e scuri come brace - volteggiare sopra i miei. Cercai di liberarmi, e le mie mani toccarono un corpo fortissimo coperto di peli; sentii la mia solidita' svanire nel nulla, come se quell'essere, o la paura che mi incuteva, assorbisse ogni mia forza e capacita' di liberarmi. Restai immobile, spinto a terra dalla furia dell'essere; incapace di pensare, sentendo solo il suo peso che mi schiacciava e il suo respiro che cercava - avrei detto - la mia vita.


"Nato da poco e Morto da poco" pensai, quando riebbi coscienza del nero e del silenzio attorno a me. Poi sentii freddo e una pietra acuminata spingere contro la schiena, e capii che ero sopravvissuto all'attacco dell'essere. Mi chiesi se fosse fortuna quella, o se avrei avuto di che rammaricarmene; forse avevo perso i sensi e la creatura se ne era andata, credendomi morto; o forse Oomoupul agognava altri modi, piu' atroci, per uccidere.
Mi alzai. Una nube si mosse nel cielo e un raggio di luna illumino' l'uscita del bosco. Vidi un piccolo lago increspato di onde. Mi incamminai in quella direzione pervaso da un'inaspettata serenita', come se la lotta con quella creatura avesse estirpato da me ogni timore, e il mio spirito e i miei passi si fossero fatti piu' leggeri.
Al margine del bosco trovai il viandante di cui Darw aveva parlato, un giovane uomo coricato a terra come se stesse dormendo; svestii quel corpo con delicatezza, privandolo solo delle cose che mi sembrarono indispensabili, gli stivali, una camicia e un pastrano logoro; era certamente un pover'uomo, un contadino a giudicare dalle mani, e mi chiesi di cosa potesse essere stato derubato, se non della vita.
Con il pastrano appartenuto al morto e il mantello di Darw smisi di tremare; il paese si ergeva poco distante e mi chiesi se dovevo dirigermi la'. Era notte, ed io non conoscevo nemmeno il mio aspetto; mi chiesi se potevo bussare a una porta per chiedere aiuto, e la direzione del castello; ed anche un poco di cibo, poiche' non mangiavo da milletrecento anni.


Dalla finestra di una casupola poco distante dal villaggio filtrava una luce. Il paese era illuminato dal chiarore della luna, immerso nel silenzio e senza vita, tranne quella luce tremula riflessa sulle pietre. Mi avvicinai con circospezione, cercando di celare il rumore dei passi, finche' non fui proprio di fianco a quell'apertura; guardai dentro: un vecchio si aggirava nella stanza con in mano una brocca e una candela, come cercando qualcosa.
Mi sporsi di piu', facendo rumore; e quando il vecchio si volto', mi fisso' immobile, senza dire nulla.
"Il mio nome e' Rend Aatomor" dissi.
"Aatomor? Non conosco nessuno con questo nome. Sei uno straniero?"
"E' cosi', in un certo senso" dissi.
"Cosa vuoi da me, a quest'ora?"
Pensai di essere stato fortunato. Evidentemente il mio aspetto non era cosi' spaventoso.
"Cerco solo del cibo. E la direzione per..." mi interruppi appena in tempo, pensando alle parole di Darw.
"Non ho cibo da darti. Vattene" disse il vecchio.
Vidi che girava la testa a destra e a sinistra, come seguendo nell'aria le tracce della mia presenza, attento ai rumori e a che io me ne andassi. Dunque era cieco.
"Non voglio farti del male" dissi. "Cerco solo un poco di cibo."
"E' notte" disse. "E il tuo nome non promette niente di buono. Vai per la tua strada, straniero, e lasciami in pace."
"Non posso andare per la mia strada" dissi, "poiche' ancora non la conosco. Fammi entrare, ti prego, solo per poco. Sono molto stanco."
"Allora ti sei perduto. Dimmi da dove vieni."
La diffidenza e le domande del vecchio cominciarono ad irritarmi. C'era una vecchia porta di legno malmessa, che ero quasi sicuro di potere aprire, per entrare. Tuttavia pensai che non fosse questo un buon modo di cominciare la mia vita, forzando e derubando.
"Vengo da molto lontano" dissi. "Un luogo che certo non conosci."
"Fandonie" disse il vecchio. "Certo ti sei gia' accorto che sono cieco, e anche vecchio, ma non sono scemo. Dimmi la verita', e forse ti faro' entrare."
"Vengo dal bosco di Sceabol" dissi.
"Oscuzen-Sceabol? Un'altra fandonia. Ma questa e' davvero bella. Ti faro' entrare."
Vidi il vecchio posare la brocca e il lume, poi lo sentii a lungo armeggiare con chiavistelli e catene, dietro la porta. Infine mi apri'.
"Entra, straniero, e siedi pure al mio tavolo. Ma bada di comportarti come si deve."
Andai a sedermi al tavolo, al centro della stanza, un misero tavolo di legno con due sedie malconce, come misero e spoglio era tutto l'interno dell'abitazione. Guardai il vecchio brigare di nuovo con la porta, richiudere ogni catenaccio a tentoni, con una lentezza esasperante. Infine, quando ebbe ben serrato l'uscio, si diresse verso la dispensa, per raccogliere due piatti.
"Non avresti per caso uno specchio?" gli domandai mentre frugava tra le ante.
"Uno specchio a casa del cieco?" Il vecchio rise di gusto mentre estraeva dalla credenza due bicchieri e un pezzo di pane.
"Ma, la candela? A che ti serve?"
"Oh, quella" disse il vecchio. "E' per abitudine." Rise di nuovo, una risata di cuore, e dopo avermi tastato una spalla appoggio' la mercanzia di fronte a me, sul tavolo.
"Straniero, ti riconosco una cosa, sei divertente. E anche la tua voce e' schietta e cordiale. Ma cosa sei, nato ieri? La candela la porto per accendere il fuoco, o per far credere che io non sia cieco."
Presi un pezzo di quel pane. Aveva un buon sapore.
"In realta' sono nato stanotte" dissi.
"Capisco" disse il vecchio raccogliendo la brocca e andando a sedersi di fronte. "Ora ti vuoi prendere gioco di me. Questo non e' bello."
Pensai che non fosse il caso di insistere con quell'argomento. Il vecchio raccolse a tentoni i bicchieri, e li riempi' di vino. Quindi mi porse un boccale.
"Prendi e bevi, straniero. La notte e' lunga, e io sono vecchio, non dormo piu' bene. Puo' essere una fortuna che tu sia capitato qui, ad addormentarmi con le tue frottole."
"Vengo davvero dal bosco" gli dissi. "Ma tu, non hai timore che io sia un ladro o un brigante?"
"Non c'e' nulla da rubare qui. E se vuoi prendermi la vita, puo' darsi che tu mi renda un favore, in cambio del vino. Ma va' avanti con la tua storia."
Portai il boccale alle labbra e assaggiai il vino. Scoprii cosi' che il vino non mi piaceva. Tornai a spezzare quel pane.
"Ho incontrato un essere, nel bosco" dissi. "Il suo nome e' Oomoupul. Non so chi sia, ma sono certo che non lo vorrei incontrare di nuovo."
Il vecchio smise di sorridere. Il suo volto canuto, coperto di rughe, si fece all'improvviso serio e pensoso. Non disse piu' nulla, per un pezzo, le labbra serrate sui denti bucati. La candela illumino' il nostro silenzio, posata sul tavolo, ed io finii il pane fissando quegli occhi vuoti, gialli come la paglia.
"Il suo vero nome non e' Oomoupul, ma Rent-Oomoud, Cio' che e' dentro ogni uomo." Alzo' il boccale e bevve un gran sorso. "Dunque e' vero, tu vieni da Sceabol" disse.
"E' cosi', vecchio incredulo."
"Tuttavia nessuno sopravvive ad Oomoud. E i pochi sventurati che riescono, diventano pazzi. Tu non mi sembri ne' morto ne' pazzo. O forse io ho bevuto troppo vino, e senza accorgermene mi sono addormentato, e ora sto sognando."
"Non stai sognando, vecchio. Darw mi ha risvegliato dalla morte, ed io ho attraversato il bosco senza luce, e affrontato Oomoud, per raggiungere il paese, ed ora sono qui, di fronte a te."
"Conosci Darw?" disse il vecchio, incuriosito. "Quel truffatore?"
"Si', lo conosco, lui mi ha dato la vita e il nome che porto. Ma pensavo fosse un alchimista. Ti ha rubato del denaro?"
"Il buon vecchio Darw" disse il vecchio. "Non ruberebbe dei soldi a nessuno. E' solo un po' matto. Va in giro a raccontare una storia, sul castello di Eriter. Racconta che il signore che lo abitava sia morto e vi ritorni, di tanto in tanto, risvegliato da lui. Darw e' convinto che i popolani credano a questa sciocca storia, e che per questo nessuno si avvicini mai."
"Se non e' per questo, per quale ragione?"
"Il castello e' in rovina, pericolante. Puo' cader giu' da un momento all'altro."
"E' li' che io devo andare. Darw mi ha affidato il castello, come mia casa."
Il vecchio scoppio' in una risata fragorosa, versando il vino che reggeva nel boccale. Un po' di quel vino fini' sulla candela, che si spense. Resto' il chiarore della luna, che filtrava dalla finestra, e la risata del vecchio, che sembrava non smettere mai.
"Vecchio, la candela si e' spenta. Siamo rimasti al buio."
"Tu... tu mi fai morire" disse il vecchio, ridendo sempre piu' forte. Finche' ad un tratto strabuzzo' gli occhi, cadendo in avanti sul tavolo. Mi alzai e mi precipitai ad afferrarlo per il bavero del vestito, tirandolo su.
"Dimmi dov'e' Eriter, almeno" gli gridai nell'orecchio.
Il vecchio rantolava. "Sono cieco, non sordo" riusci' a dire tra le risa. Poi volse il suo viso verso di me, come se per un istante fosse riuscito a vedermi; e nei suoi occhi, d'improvviso sereni, mi sembro' di scorgere un ringraziamento. Poi trasse un gran sospiro e mori'.


Mi avviai fuori dalla casa con la candela e un paio di brache trovate in un baule. Al vecchio non servivano piu'.
Mentre percorrevo la strada del borgo ebbi la sensazione di non essere solo; come se due occhi nascosti nel buio, alle mie spalle, mi stessero osservando. Mi fermai; e senza voltarmi tesi l'udito ad ogni rumore. Ma non avvertii nulla, tranne la mia paura. Ripresi il cammino; ma di nuovo, lungo la strada, provai quella sensazione di essere seguito.
Mi sembro' anche di vedere un'ombra, ad un tratto; qualcosa che si muoveva dietro di me. E veniva sempre piu' vicino. Accelerai il passo, e fuori dal paese sentii la pelle accapponarsi, non saprei dire per quale ragione, come se il terrore fosse sul punto di piombare su di me e catturare di nuovo la mia anima. Eppure non c'era nessuno: solo il chiarore della luna, il rumore dei sassi, e un leggero vento dalle colline.
Mi incamminai a passo spedito in direzione opposta al bosco di Sceabol, seguendo la strada fiancheggiante la radura, finche' il paese fu lontano. Mi voltai reggendo la candela accesa, ormai quasi alla fine, che illuminava un breve cerchio attorno a me, cercando un segno del mio inseguitore; Surazal si stagliava sotto la luna, piu' in basso del punto in cui mi trovavo, lo vidi circondato dai boschi; tutto era silenzio.
Non c'era traccia del castello. Mi sentii sperduto e sul punto di crollare sotto il peso di quella spaventosa sensazione. Gridai:
"Chi sei?"
La candela si spense, ed io restai solo, sotto la luna. Mi sembro' ancora di vedere quegli occhi di fuoco, muoversi tra l'erba. Dunque era lui.
Poi udii il rumore degli zoccoli di un cavallo venire dalle colline; ed io lasciai cadere la candela, correndo a perdifiato in quella direzione, su per la leggera salita. Il bosco si infittiva, e il sentiero si faceva via via piu' stretto; finche' inciampai, e quando rialzai la testa lo vidi di fronte: la sua sagoma, il profilo di un cavaliere, e il suo cavallo, sopra di me.
"Perche' scappi a quel modo?" disse la voce.
L'uomo trattenne il cavallo, che scalpito' piantando gli zoccoli nervoso, vicinissimo a me.
"Oomoud m'insegue" dissi cercando di alzarmi; ma mi resi conto che le gambe tremavano tanto da non riuscire a farlo.
"Stai calmo, straniero" disse l'uomo. "Non temere. Chiunque t'insegua, dovra' vedersela con noi."
"Quel diavolo" dissi, allontanandomi dagli zoccoli e appoggiandomi a un tronco, sul bordo del sentiero. "Sono sicuro che e' un diavolo, sebbene lo abbia negato. E vuole me, o la mia vita, anche se non capisco perche' e in quale modo."
"Ma di chi stai parlando?"
Mi resi conto di essere estremamente agitato; come appena risvegliato da un incubo. Sentii le mani sudate, e le strofinai, cercando di recuperare il controllo di me stesso. Vidi il cavallo piu' quieto, alzare il muso alla luna mentre strisciava gli zoccoli sulla sabbia. E il cavaliere, di cui era impossibile scorgere il volto, in sella a braccia tese con le redini in mano. Il suo profilo affidabile, fermo in mezzo al sentiero, mi ridiede la calma. Respirai piu' volte, a pieni polmoni, l'aria fredda notturna, mentre osservavo la sagoma dell'uomo, imponente nella sua nera armatura; sembrava formare un pezzo unico col suo cavallo. Con la tranquillita' di nuovo nell'anima, stando seduto di spalle al tronco, avvertii i profumi e gli odori del bosco.
"Ebbene straniero, va meglio?"
"Si', ora va meglio." L'uomo aveva una voce serena, come di uno che ha veduto molte cose, e non teme ne' si lascia sorprendere. Sebbene non riuscissi a scorgere altro che il suo contorno, segnato dal bianco lunare, ed in mezzo pareva non esserci nulla, tranne che l'ombra. Sentii di potermi fidare.
"Allora, di chi stiamo parlando?" mi chiese.
"Non conosci Oomoud? Rent-Oomoud, Cio' che e' dentro ogni uomo?"
"Se e' dentro ogni uomo, ritengo che difficilmente potrai sfuggirgli, tantomeno correndo. Ma tu chi sei?"
Gli dissi il mio nome. E gli raccontai tutta la storia. Non so perche' lo feci; non sapevo chi fosse. E cosa facesse di notte a cavallo nel bosco. Lui non sembro' molto sorpreso; e nemmeno ebbe di che riderne, come aveva fatto il vecchio. Soltanto ascolto' con pazienza, annuendo ogni tanto, senza scendere da cavallo. Alla fine gli chiesi dove mi trovassi.
"Nel bosco a sud di Eriter" disse. "Almeno hai corso nella direzione giusta."
Avrei voluto pregarlo di accompagnarmi al castello; ma non trovai il coraggio di importunarlo oltre, ne' ci tenevo a mostrarmi pauroso. Sicche' mi alzai, incamminandomi verso quello che, almeno tutti, chiamavano Eriter.
"Ferma" disse l'uomo, da dietro. "Noi veniamo con te."
"Perche' vuoi venire?" gli chiesi.
"Noi t'aspettavamo, Rend Aatomor" disse l'uomo girando il cavallo, e arrivando di fianco. "Ma non chiederci perche'. Il nostro nome pero' tu lo devi conoscere, noi siamo Allumen-Talared, le Armate del Nulla."
Mi fermai a guardarlo, sorpreso.
"Ma quali armate?" gli chiesi. "Tu sei solo."
"Davvero? Be', molti sono morti. Alla fine non sono rimasto che io."
Preferii non domandare alcuna altra cosa al riguardo. Ne' gli chiesi di montare a cavallo, sebbene mi sentissi molto stanco, preferendo continuare a piedi. Lungo la strada ci accordammo sul suo nome, disse che mi avrebbe permesso di abbreviarlo in Alar-Lad, che significa "dalla ghirlanda di luce lunare"; e lo pregai di smettere di parlare di se' stesso al plurale.


Il castello di Eriter si ergeva tra le rocce, massiccio in cima all'altura, e da quella distanza sembrava meno diroccato di quanto avesse lasciato intendere il vecchio. Aveva tre torri; di due si vedevano le finestre; e mi parve di scorgere il portone, senza fossati, tra la vegetazione, sebbene da dove ci trovassimo mancasse ancora un tratto, lungo il quale il sentiero scendeva per poi risalire piu' ripido, fino in cima all'entrata.
Il sole stava sorgendo; e Alar sembrava nervoso, come se avesse imprvvisamente cambiato parere riguardo la mia compagnia, o al fatto di volermi condurre. Avevamo parlato parecchio lungo il tragitto; della storia di Surazal, delle persone lo abitavano, del castello; e anche di Darw, che Lad conosceva, e stimava assai piu' del vecchio. Mi era sembrato che Lad provasse una sorta di devozione nei confronti dell'alchimista; ne parlava con rispetto, quasi con soggezione; e mi disse che era stato lui a mandarlo, per incontrarmi. Ma non riuscii a sapere nulla di Alar e della sua compagnia del nulla, lui non ne parlo' e tutto quel mistero, quel suo evitare con cura l'argomento, fini' con l'incuriosirmi.
Ci arrestammo in cima alla collina fronteggiante; Lad fermo' il suo cavallo ed io mi voltai nel chiarore rosato dell'alba. Non avevo ancora visto il suo volto, e quando mi voltai Lad giro' il suo cavallo.
"Che fai, non vieni?"
"Vai solo, io non posso proseguire" disse lui.
Mi sembro' strano vederlo di spalle, un poco lontano, non riuscivo a distinguere i suoi abiti, ma solo la sagoma scura della sua schiena. Montava un cavallo nero come la pece, e la luminosita' del giorno sembrava non riuscire a riflettersi sul corpo dell'animale, che pareva sempre piu' somigliare a un'ombra, una sagoma piatta e priva di consistenza.
Gli chiesi un favore. Dato che non conoscevo ancora il mio aspetto, chiesi a Lad di darmi un'occhiata, e dirmi com'ero.
"Vai" disse Alar. "Sbrigati, vai per la tua strada!"
"Vorrei stringerti la mano, almeno" dissi cercando di convincerlo.
Alar spinse il cavallo al galoppo, allontanandosi in direzione opposta, la via da cui eravamo venuti. Lo vidi correre veloce come il vento, il suo corpo bucarsi e dissolversi nel nulla.


Trovai rifugio nel castello. Alla base della prima torre vidi una scala circolare che conduceva a una stanza, in cui c'era un letto.
Dormii molto profondamente. Feci anche un sogno. Nel sogno una giovane donna, con un abito bianco, venne a trovarmi nella stanza. Era molto attraente. Mi trasmise una sensazione di grazia e delicatezza; ed io restai intimorito, senza muovermi e in silenzio ad ascoltarla, quasi annichilito da tanta bellezza.
Mi disse che c'erano almeno tre stanze nel castello, una in ogni torre. Una, quella in cui stavo; la seconda, mi disse che era abitata e che avrei dovuto cercare, nel castello, chi vi dimorava, poiche' era qualcuno che avrebbe potuto aiutarmi; ma disse che non sarebbe stato facile trovarlo, ne' farmelo amico e parlare con lui; la terza stanza stava nell'ultima torre, quella senza finestre, e non c'era accesso. Disse anche che il castello nascondeva altri segreti, che avrei forse potuto scoprire, se mi fossi mostrato sufficientemente capace. Poi, con la mano, tocco' la cornice del letto, e da sopra il baldacchino udii provenire uno scatto. Quindi sorrise, e il sogno fini'.
Mi svegliai mentre il sole stava tramontando; sentendomi riposato, e ricordando vividamente il sogno; pensai che avrei dovuto trovare del cibo e una luce, prima che fosse di nuovo notte. Prima di scendere guardai attraverso la finestra, si vedeva bene il paese di Surazal, e gran parte della valle; che mi sembro', in quel momento, stranamente dolce e serena, tinta dai raggi del sole sul punto di sparire dietro i monti. Pensai di dovermi sbrigare; ma prima di andare esaminai gli intarsi del letto. Erano bassorilievi scolpiti lungo le sponde, con scene di vita quotidiana, e altrove fiori e cornici a racchiudere, con disegni geometrici. Cercai con cura, senza trovare alcunche'. Finche' per caso, tastando la parte superiore del baldacchino, trovai un rilievo. Cercai di muoverlo, e udii uno scatto, che rivelo' un cassetto. Dentro, una nuova pergamena luminescente. "Opera di Darw, senza dubbio" pensai svolgendola. Il sole era ormai calato e faceva quasi buio, ma l'inchiostro verde di Darw sembrava brillare di piu' all'oscurita', che volgendolo verso la luce. Il messaggio diceva:
"Cerca dove e' ancora calore, quando il nutrimento scarseggia."
Mi chiesi perche' mai Darw fosse sempre cosi' criptico.
Quando scesi da basso mi fermai a osservare il piazzale al centro del castello, circondato da ingressi e corridoi; non avevo avuto modo di notarlo quando ero giunto all'alba; come se gia' conoscessi la strada mi ero diretto alla stanza, tanto ero stanco e provato. Non si vedeva ormai quasi piu' nulla. La mia torre era quella di destra.
Mi sentii anche osservato, mentre percorrevo il portico, ma non era Oomoud, ne ero sicuro; anzi udii qualche rumore: Oomoud arrivava sempre in silenzio, o il silenzio precedeva Oomoud, come un ottundimento o un oblio spaventoso. Avrei voluto dirigermi la', ma era tardi; se non avessi trovato presto del cibo e una luce sarei morto di fame, o mi sarei rotto la testa.
Il portone era aperto. Proprio non ricordavo se lo avessi lasciato aperto, la mattina. Provai anche una strana sensazione all'uscita del castello, come se dal mio arrivo molte cose, persone, e fatti, avessero cominciato a muoversi e a prodursi, ed io fossi solo una piccola parte di quello che stava avvenendo.


Non c'era la luna e nemmeno le stelle. Poco dopo il tramonto il cielo si copri': era stato sereno fino a non molto tempo prima. Non so come raggiunsi il paese. Ci misi del tempo. Lo trovai illuminato da delle fiaccole, che bruciavano appese a dei ganci. E deserto.
Mi fermai al limite delle case, aspettando che passasse qualcuno. Poi, quando comincio' a piovere, decisi di introdurmi a vedere. Sembrava proprio che non ci fosse nessuno. La pioggia comincio' a sferzare la strada, seguita dal vento. L'acqua rigava il mio viso, e presto impregno' il mantello che divenne freddo e pesante. Raccolsi una di quelle fiaccole che resistevano al vento, ma levata dal suo riparo, sotto la pioggia, si spense rapidamente.
Mi introdussi attraverso la porta socchiusa di un'abitazione che sembrava abbandonata. Dentro era buio. Spalancai la porta e lo scarso chiarore delle fiaccole illumino' l'interno, una sola stanza con poca mobilia e una grande baraonda di oggetti sparsi ovunque, come se la casa fosse stata appena saccheggiata. Sulla parete opposta vidi un forno di pietra, e quando mi avvicinai per toccarlo sentii che era caldo. All'interno trovai dei pani. Mi levai il mantello e lo appoggiai sul forno, perche' asciugasse, rialzai da terra una sedia e seduto mi misi a mangiare.
Quando il mantello fu asciutto raccolsi il resto dei pani e li avvolsi in un panno. C'era una botola sul pavimento; l'alzai e mi sporsi per guardare dentro; vidi una scala buia e sui gradini trovai una lanterna e una pietra focaia. Provai a chiamare, senza udire rumore o alcuna risposta. La scala portava ad una cantina, ma non me la sentii di inoltrarmi; accesi invece il lume. Poiche' aveva smesso di piovere indossai il mantello e uscii con le cose trovate.
Nato da poco, ero gia' diventato un ladro; ma ero stato costretto, per non morire di fame, perche' non c'era altra possibilita'; forse il padrone era morto - questo pensai - ucciso da chi aveva rapinato la casa.
Certo era strano che non ci fosse alcun corpo; e anche quel forno ancora caldo. Ma forse l'uomo o la donna erano stati gettati in cantina, per questo avevo preferito non scendere. Con questi pensieri uscii dal paese senza incontrare anima viva. Almeno ora avevo una lanterna, e cibo per qualche giorno. Lasciai Surazal immerso in un silenzio sepolcrale, domandandomi il significato di quelle fiaccole - forse portate da un manipolo di uomini che aveva fatto razzia, poco prima che arrivassi.
Potevo tornare al castello; l'unica altra possibilita' era affrontare la notte in viaggio verso l'altro paese della valle, di cui Darw non mi aveva parlato. Stimai che ci fosse ancora tempo prima del giorno. Tutto quel mistero e quell'abbandono. Non avevo ancora sonno e piu' cose vedevo, meno mi sembrava importare della mia vita. Cosi' mi misi in cammino.

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