Aatomor live!
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Marzo 2001 |
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"Per troppo tempo ho avuto
paura. Di esprimere le mie emozioni, di comunicare, di
instaurare rapporti, di soffrire e vedere soffrire, del
futuro, di me stesso. Ho avuto paura della separazione e
della solitudine, di non amare abbastanza, di dare e
ricevere aiuto, di non essere all'altezza, e di tante
altre cose che sarebbe troppo lungo elencare. Oggi mi
rendo conto che non c'e' niente di cui avere paura, che
questi timori mi hanno solo limitato e chiuso in me,
facendomi soffrire senza portarmi a nulla. Avrei dovuto
invece ascoltare queste paure, non nasconderle, osservare
la bellezza della vita, capire quello che stavo gettando
al vento e avere coraggio.
La frase piu'
bella me l'ha scritta una ragazza:
"Non
smettere di amare per paura di soffrire."
Lo dico anche a
voi: non abbiate paura."

onde
Sono nello
studio. Sto aspettando. Ore 9.15. Suona il telefono. E'
Pierluigi, dice che sara' qui tra quindici minuti.
Sto aspettando da una settimana, in realta'. Due ore
d'aria ogni 14 giorni. Troppo poco per me, che passerei
la mia vita all'aperto. 15 ore al giorno. E forse anche
di notte, in un sacco a pelo. Ho bisogno di ampi spazi.
Ne ha bisogno la mia anima.
Arriva puntuale.
Ci conosciamo da quindici giorni. E' gia' nato un bel
rapporto. Un po' strano, per la verita'. Due sconosciuti
che parlano tra di loro come se si conoscessero da molto
tempo. L'ultima volta, andandosene, ha accarezzato il mio
braccio senza voltarsi. Un bel gesto, affettuoso e
amichevole. Lui ha 24 anni. Ama le cose semplici, come
me. Ha nei modi calore, modestia, gentilezza. E uno
sguardo un po' triste. Non lo ho ancora visto sorridere.
Partiamo su una
Panda dell'ASL, direzione sud. Molte auto in citta'. Si
incrociano come serpenti che mordono il tempo, in cerca
di chissa' che. E io che amo i cavalli, nobili creature.
Penso a questo rapporto che si e' perso, un uomo e il suo
cavallo, il senso della distanza, del viaggio, del
pericolo, della fatica.
Ha smesso da poco
di piovere. Mi piacciono queste giornate grigie. Antichi
ricordi di montagna, moto, castelli, vento e squarci di
sole. Lui guida con disinvoltura, si vede che lo fa senza
pensare, in modo quasi automatico. Mi chiede dove andare.
Bella domanda. In due ore, dove andare? Dice che non ha
fantasia. Nemmeno io. La fantasia nasce dai sogni, quei
sogni che il mondo sta facendo a pezzi.
"Pioggia, acqua. Andiamo sul lago" dico io.
E arriviamo.
Infila una strada laterale sterrata. Spegne il motore.
"Vuoi scendere?"
In realta' vorrei. Ho notato delle panchine sulla riva.
Ma anche il viale alberato e allagato, e io non ho
proprio nessuna voglia di coinvolgerlo in un'avventura,
stile sbarco in Normandia. Magari un giorno. Quando lo
vedro' piu' fuori di testa, come me. E' inevitabile che
lo diventi, in mia compagnia. E' come un virus.
Ma non oggi, e'
troppo presto. Chissa' perche' sono cosi' protettivo con
le persone. Dovrei pensare a me, e invece penso a lui.
Alle sue scarpe infangate e al suo sguardo triste in
mezzo alle asperita'. Restiamo in macchina, va bene
cosi'. Tra alberi spogli che protendono i loro rami verso
il cielo, in un intreccio di grigio, nebbia e nero. Apro
la porta, non fa freddo. Ho un giubbotto slacciato.
L'aria entra in me, assieme alla quiete. Non ricordo di
avere respirato, ne' di avere udito il suo respiro.
Gli chiedo
perche' e' qui, con me. Lui, e non un altro. Non mi
fornisce una risposta convincente. Ne' io credo possa
esistere, al momento. Sono risposte misteriose, che a
volte arrivano a distanza di anni, e a volte mai. Ma
sento che sta bene, che e' tranquillo. Che non ha paura
di me. Dice che fa palestra, gli chiedo
"perche'."
"Non lo so. Cosi', per passare il tempo. Ma forse
adesso ha un senso."
Ripartiamo, a caccia di un luogo piu' isolato.
Giriamo su e
giu'. Imbocchiamo una strada laterale, poi dietrofront.
Ha capito dove voglio andare, cosa sto cercando.
Lontananza e pace. Non c'e' nemmeno bisogno che glielo
dica. Attraversiamo tutta la citta', verso est. Poi
finalmente fuori, fermi a un passaggio a livello. Un uomo
da un'auto di fronte scende e pulisce i fari. Passa il
treno, vagoni merci. E io penso "in ogni film c'e'
un telefono e un treno."
Eccoci sul lago.
"Aspetta, vado qui avanti" dice, accostando la
Panda alla riva. Poi spegne il motore. "Ci hai
proprio preso, ecco quello che cercavo" gli dico con
entusiasmo. Mi basta uno sguardo.
Apro la porta. Questa volta fa freddo. Il rigore contro
di me. Lui e' piu' protetto, dall'altra parte. In un
certo senso, lo sto riparando.
Le onde si
infrangono contro un pontile. Le onde non tornano mai
indietro.
Il sciabordio
dell'acqua misteriosa. L'erba tesa sotto di noi. La
vastita' dello sguardo, che si apre verso un cielo di un
colore assurdo, grigio e rosa. Delle anatre nuotano, poi
salgono a riva.
"Immagina"
gli dico.
"Immagina che non ci sia niente, dall'altra parte
del lago. Solo acqua e cielo. Immagina di togliere
tutto."
"Cosa, quelle case?" chiede lui.
"Tutto."
"Tutta la citta'?" ride lui.
"Si'."
Restiamo tutto il
tempo. Parliamo tra di noi, tra pause di silenzio, ma e'
un dialogo ormai troppo privato per essere scritto qui.
Parliamo di lui, di me, del suo presente e del suo
futuro. Del nostro strano incontro. Mentre ogni cosa
attorno ci osserva e ci ascolta, senza rispondere.
E' tardi. Guardo
l'orologio, chiedendomi il senso di questa rapidita',
pensando a questa inevitabile fine e a questo nostro
ripetuto addio. Lui non dice niente, cosi' devo essere
io:
"E' meglio che torniamo."
A casa, fatico a trascinare i miei pensieri all'interno.
Sono rimasti fuori, la' sulle onde.


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